giovedì 24 giugno 2010

Lavoro: in Sardegna tasso di disoccupazione al 16,1%


L’ISTAT oggi ha rilasciato i dati su Occupati e Disoccupati al I trimestre 2010: il tasso di disoccupazione della Sardegna ha raggiunto quota 16,1% (+2% su base annuale e +0,7% su base trimestrale).

Pur essendo aumentati leggermente gli occupati (+5.515 su base annuale e +11.374 su base trimestrale) sono cresciute notevolmente le persone in cerca di occupazione (+17.013 su base annuale e + 8.044 su base trimestrale).

Passando ai dati settoriali, l’industria in un anno ha perso 9.255 occupati dei quali ben 8.299 nell’industria in senso stretto e 956 nell’edilizia. Tra il IV trim 2009 e il I trim 2010 sono andati perduti 890 posti nell’industria in senso stretto e 229 nell’edilizia. Complessivamente dal I trim 2004 nell’industria sono andati persi 24.573 addetti di cui 13.951 nell’industria in senso stretto e 10.622 nell’edilizia. Va evidenziato che da quando è iniziata la crisi (III trim 2008) in questo comparto si sono perduti 25.473 addetti complessivamente dei quali 17.164 nell’industria in senso stretto e 8.309 nell’edilizia.

lunedì 21 giugno 2010

Non siamo l'ultimo paese d'Europa


"Non siamo l'ultimo paese d'Europa". Anzi: "Se mettiamo insieme algebricamente il concetto di dinamica del debito e quello di sostenibiltà del debito siamo il Paese più ricco d'Europa, un pelo sopra la Germania". Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. (Adnkronos, 20 giugno 2010)

Infatti. Se, sul pallottoliere del Governo, mettiamo insieme "algebricamente" i dati sul PIL pro capite espresso in Parità di Potere d'Acquisto Eurostat ci dice che siamo 13mi su 27 Paesi dell'Unione.

Vedere per credere...

venerdì 18 giugno 2010

Autocertificazione per le nuove imprese? Già sentito.

Forse dovremmo attendere provvedimenti più specifici ma la riforma costituzionale sulla libertà d'impresa, che prevede l'autocertificazione ed il controllo ex post dell'adempimento della legge da parte dell'imprenditore ha il suono del già sentito. Già con la legge che istituiva lo Sportello Unico era prevista l'autocertificazione. In Sardegna, poi, la giunta Soru ne aveva potenziato la portata accorciando i tempi di risposta della P.A. Ma non è cambiato nulla. Perché - oltre ad esserci diverse deroghe - i costi dell'autocertificazione, che dev'essere supportata da consulenze tecniche (es.: posso autocertificare, senza nessun parere tecnico, di rispettare le norme HACCP o quelle sulla sicurezza del lavoro? No, è evidente), ricadono sempre sull'impresa. Quindi delle due, l'una. Per semplificare o si eliminano leggi riducendo le garanzie dei cittadini o si rende più rapida e semplice l'azione della P.A. Il resto sono frottole.

Quanto vale la prova INVALSI?

Ieri mi sono imbattuto nella prova INVALSI.
Avendo un figlio che sta sostenendo l'esame di terza media gli ho chiesto: "come è andata?"
"Bene, ma non ce l'ho fatta a finire perchè il tempo era poco e le domande molte. Serviva molto il ragionamento"
Per curiosità, di sera abbiamo avuto modo di riguardare le prove e le soluzioni ( http://www.corriere.it/cronache/10_giugno_17/esame-medie-invalsi_3ca8556a-7a41-11df-b10c-00144f02aabe.shtml ).

In effetti aveva ragione.
Test molto lunghi e basati sul ragionamento.
Ma, con questa limitazione forte di orario (1 ora per ogni prova) si poteva veramente ragionare?
E poi, la sensazione è che, con questo rapporto numero domande/orario limitato, si esaltasse molto, troppo, il lato competitivo della questione.
Infine, per esperienza, ho la forte sensazione che questa impostazione non sia quella che guida (salvo eccezioni per fortuna presenti nella classe di mio figlio) l'approccio dell'organizzzazione scolastica e dei programmi che vengono proposti ai ragazzi.
Dare alla prova INVALSI un valore nella media dell'esame (così come succede da quest'anno) è allora difficilmente comprensibile dai ragazzi ed in fondo fuori luogo.
Cioè: la strada mi sembra giusta ma ha bisogno di un'organizzazione complessiva del sistema perchè i ragazzi la capiscano e soprattutto non deve diventare una corsa di cavalli.

Su insardegna.eu si è dibattuto su questo tema. Suggerirei di leggere la prova di quest'anno e dopo, i due articoli di Annalena Manca (http://www.insardegna.eu/bozze/scene-madri-1/corse-e-cavalli/view)
e Adriana Diliberto ( http://www.insardegna.eu/opinioni/cultura/invalsi/view) che aiutano molto a capire i problemi e le possibili soluzioni.

venerdì 11 giugno 2010

Patto di Stabilità 2010. Se da un vincolo può nascere un'opportunità

Sassari e Cagliari con il nuovo Patto di Stabilità subiranno tagli del 3% ai bilanci. Siamo certi che sia il caso di stracciarsi le vesti e che non ci fosse ciccia da smaltire? Certo, ben altri dovrebbero dimagrire, non i comuni. E' pacifico. Però, per le nostre amministrazioni - anche le migliori sono ferme ad un modello gestionale fine anni '80 - questa può essere l'occasione per remare meno e dirigere di più, catalizzando l'azione sociale e coordinandola nella realizzazione delle politiche. Se ne ottiene più value for money e più coinvolgimento e partecipazione dei cittadini. Osborne e Gaebler ancor oggi insegnano...

giovedì 10 giugno 2010

Giovani al macello

Irene Tinagli su La Stampa del 27 maggio scorso ha affermato che "La macelleria sociale è già in atto, a prescindere dalla manovra. E riguarda una fascia di popolazione a cui questo Paese si ostina a non guardare: i giovani".

In particolare la Tinagli sottolinea che l'emarginazione dei giovani dal mercato del lavoro, in Italia, non è legata alla crisi, ma siamo di fronte ad un problema che ha radici strutturali nell'inadeguatezza del sistema di formazione, alternanza scuola-lavoro e ammortizzatori sociali legati allo sviluppo di competenze e permanenza nel circuito della formazione.

Anche per la Sardegna i dati (fonte ISTAT) parlano chiaro.

Nel 2009 il tasso di attività giovanile (15-24 anni) è stato del 28% (Olbia Tempio 37,5% > Medio Campidano 22,5%) contro una media del 36% di Trentino, Lombardia, Veneto e Emilia Romagna.
Il tasso di occupazione giovanile è stato del 15,5% (Olbia Tempio 26,4% > Medio Campidano 11,3%) contro una media italiana del 21,7% , il 34,2% del Trentino Alto Adige, il 30,2% del Veneto e il 29/28% di Emilia Romagna e Lombardia.
Il tasso di disoccupazione è stato del 43,2% (Carbonia-Iglesias 21,0% > Sassari 57,9%) contro il 23,3% nazionale, l'8,6% del Trentino Alto Adige, il 17,7% della Lombardia, il 16,5% dell'Emilia Romagna e l'11,7% dek Veneto.
Il tasso di inattività si colloca al 72% (Olbia Tempio 62,5% > Medio Campidano 77,5%) contro il 70,9% nazionale, il 61,9% del solito Trentino Alto Adige, il 64,8% e il 64,3% rispettivamente di Veneto e Lombardia e il 65,6 dell'Emilia Romagna.

Questa voragine - come precisato efficacemente dalla Tinagli - si può imputare solo in parte alla struttura economica-produttiva regionale. Il problema principale è il sistema dell'istruzione, della formazione e la transizione dal mondo dello studio a quello del lavoro.

E, al momento, su questo fronte siamo siamo al "punto zero".

Pianificazione e partecipazione. Nuove idee? Mah...

Asunis: "Grazie al progetto Sardegna Nuove Idee vogliamo favorire la qualità della pianificazione del paesaggio, urbano e rurale, partendo dalle esigenze e dalla conoscenza che la popolazione ha dei propri luoghi. Solo con una strategia condivisa con le amministrazioni locali - ha concluso Asunis - potremo puntare a uno sviluppo equilibrato della Sardegna, conservando e valorizzando le sue peculiarità".

Ai tavoli potranno partecipare soltanto amministratori e tecnici degli enti locali. Il linguaggio è "architettese". Es.: Tavolo "La struttura dei paesaggi", o "Il progetto dei paesaggi". Partecipanti da 50 a 70. I cittadini e la società civile? Dettagli.

La solita concertazione, stavolta condita da tecnicismo pianificatorio. All'immaginazione del lettore il livello e la qualità della partecipazione... Sardegna Nuove idee? Mah...

http://www.regione.sardegna.it/primopiano2010/1.html

mercoledì 9 giugno 2010

Come valutare i nostri politici?

Come si comportano i nostri Consiglieri Regionali? Come i nostri Parlamentari nazionali ed europei?

Un esempio di come si possa fare valutazione in questo campo è offerto dal Rapporto "Antenna Europarlamentare 2010" del Centro Interdipartimentale di Ricerca sul Cambiamento Politico (CIRCaP) dell'Università di Siena che ha analizzato l'attività dei nostri rappresentanti al Parlamento Europeo in questo primo anno di legislatura.

Tra le fonti utilizzate dai ricercatori di Siena spicca il sito VoteWatch (http://www.votewatch.eu), un'organizzazione senza fini di lucro e non di parte nata con l'obiettivo "di accrescere la trasparenza nel processo decisionale dell'UE, fornendo informazioni sulle processo decisionale del Parlamento europeo e del Consiglio dei ministri in un formato user-friendly che possa essere letto e compreso facilmente dai cittadini, i media, le ONG, il settore privato e chiunque altro sia interessato agli affari europei".

Votewatch.eu è un ottimo esempio di come sia possibile rendere più facile per gli elettori seguire le attività degli organi legislativi, consentendo una migliore comprensione di come la politica incide sulla nostra vita quotidiana.

lunedì 7 giugno 2010

Fedralismo tra egoismi e solidarietà

Un interessante articolo di Andrea Gavosto dalla Stampa di oggi (il testo completo è qui). Il tema è la forma che dovrà assumere il federalismo fiscale italiano. Per Gavosto,






Sottoscrivo. Ciò che conta è che il federalismo migliori l'efficacia dell'azione pubblica a favore dei cittadini. Più che i costo, contano i risultati. E se le istituzioni locali non li garantiscono, intervenga lo Stato per imporre adeguati standard di qualità validi per tutti gli italiani.

giovedì 3 giugno 2010

La crisi italiana: Draghi e le vere riforme

[di Francesco Pigliaru]   Non c'è alternativa. Con la crisi che colpisce i Paesi fiscalmente fragili come l’Italia, bisogna fare due cose: dimostrare di saper mettere sotto controllo la spesa pubblica e adottare "riforme strutturali che favoriscano l'innalzamento del potenziale produttivo e della competitività, perché questa crisi è soprattutto una crisi di competitività". 

Anche quest'anno, le "considerazioni finali" del governatore della Banca d'Italia Mario Draghi ricordano a tutti che la crisi nasce dalla nostra difficoltà a risolvere problemi reali con cui conviviamo da anni, più che da complotti di mal definiti nemici esterni, quelli che per comodità chiamiamo speculatori. 

E' la nostra capacità di creare ricchezza che scarseggia. Negli ultimi anni prima della crisi, la produttività del sistema Italia è cresciuta a un ritmo cinque volte inferiore a quello medio europeo. Negli stessi anni la Germania ha affrontato con buoni risultati il costoso problema dell'unificazione tra i lander ricchi dell'ovest e quelli in ritardo dell'est, ed è riuscita, allo stesso tempo, a diventare molto più competitiva nei mercati internazionali. 

L'Italia no. La nostra politica sa affrontare con determinazione i problemi che ci rendono poco competitivi e fiscalmente fragili. L'azione amministrativa che dovrebbe favorire lo sviluppo e la coesione del Paese, è spesso l'occasione per far crescere un settore pubblico costoso, inefficiente, dannoso per l'economia, dal quale però è possibile ottenere consenso elettorale. 

La fragilità finanziaria del nostro Paese nasce soprattutto da due problemi. Primo, l'assurdo livello di evasione fiscale che ognuno di noi conosce, perché fa parte della nostra esperienza quotidiana di consumatori. Oggi la Banca d'Italia ha fatto i conti, e sono contri impressionanti: se in questi anni "l'iva fosse stata pagata il nostro rapporto tra il debito e il Pil sarebbe tra i più bassi dell'Unione Europea... tra il 2005 e il 2008 il 30% della base imponibile dell'iva è stato evaso". Mario Draghi ha parlato di evasione fiscale come fonte di "macelleria sociale". Senza questi livelli di evasione, saremmo una società molto più equa e molto più ricca. 

Secondo, il Mezzogiorno. La sua persistente arretratezza economica ha un impatto enorme sui conti dell'Italia. Ogni anno il sud riceve dal resto del Paese oltre 50 miliardi di euro, pari al 3,3% del Pil nazionale, al 16% di quello meridionale. Se le regioni meridionali formassero oggi uno stato sovrano sarebbero al disastro finanziario, in una situazione molto peggiore di quella greca. 
Da quarant'anni, il prodotto di un abitante meridionale è in media inferiore di 40 punti percentuali rispetto a quello di un cittadino del centro-nord. Un divario così grande e persistente è l'indizio di uno spreco di risorse (e di un potenziale di crescita per l'intero Paese) unico nel mondo sviluppato. Se i moltissimi soldi spesi per lo sviluppo del Mezzogiorno lo avessero messo in grado di finanziare i servizi pubblici di cui oggi godono i suoi cittadini, non solo saremmo tutti più ricchi: potremmo anche usare una buona parte degli oltre 50 miliardi che trasferiamo al sud per ridurre il debito pubblico nazionale. In pochi anni l'Italia diventerebbe un Paese virtuoso anche per i severi standard tedeschi. 

Ecco le due più due gravi anomalie del sistema Italia. Concentrare il meglio dell'azione pubblica su evasione fiscale e Mezzogiorno, con coraggio politico e visione strategica, è la strada che può dare al paese enormi dividendi. Soprattutto, può fornirgli le risorse finanziarie che oggi mancano per sostenere la crescita con l'azione pubblica: minori tasse su lavoro e imprese, maggiore sicurezza, più istruzione e ricerca, migliori infrastrutture. 

Forse la crisi aiuterà la politica a prendere decisioni finalmente coraggiose e lungimiranti. Forse la aiuterà, per esempio, a disegnare un federalismo fiscale nel quale lo Stato assuma un ruolo essenziale nel dettare standard di costo e di qualità nell'erogazione di servizi essenziali al cittadino. E nell'imporne il rispetto anche in quelle regioni del sud dove le istituzioni non sarebbero in grado di farlo da sole. 

Il governatore Draghi ha concluso le sue considerazioni con una nota di ottimismo. Ha ricordato che oggi "iniziamo ad avere i dati per valutare e per intervenire concretamente". Oggi infatti sappiamo, regione per regione, area per area, come funzionano la sanità, l'istruzione, il sistema della giustizia. Con quei dati sarà meno difficile fare le cose giuste per aiutare il Paese a ripartire, Mezzogiorno incluso. Almeno per un giorno, proviamo a essere ottimisti.

[Da: La Nuova Sardegna, 3 giugno 2010, pp. 1-15]

martedì 1 giugno 2010

Fiscalità di vantaggio: le Regioni del Sud non hanno risorse per farla funzionare

Silvia Giannini e Maria Cecilia Guerra, dalle pagine di Lavoce.info, spiegano perchè il provvedimento sulla "fiscalità di vantaggio" per il Mezzogiorno inserito nella manovra varata dal Consiglio dei Ministri non può funzionare: "È difficile pensare che le Regioni del Mezzogiorno, tanto più dopo i tagli previsti dalla manovra in discussione (e, per alcune di esse, l’obbligo di far ricorso alla leva fiscale per coprire i disavanzi sanitari) abbiano risorse per avviare una concorrenza fiscale nei confronti delle altre aree per attirare nuove iniziative...." Il resto segue nell'articolo al seguente link http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001747.html

lunedì 31 maggio 2010

Perchè abbiamo bisogno di un'amministrazione pubblica efficiente

In quest'epoca di ideologia anti-Stato tendiamo spesso a dimenticarci dell'importanza e dei pregi di un'amministrazione pubblica che svolge il suo lavoro con serietà: quando si affidano responsabilità chiare a enti pubblici professionali, e quando i politici e i cittadini trattano le autorità con rispetto, queste spesso svolgono il loro lavoro. Denigrare e sminuire l'amministrazione pubblica, come fanno i fautori del «poco Stato», porterà probabilmente a inefficienze e fallimenti. Ma non è così che deve essere.(Paul Krugman, E Milton Friedman creò la marea nera, tratto da Il Sole 24 Ore, traduzione di Fabio Galimberti da The New York Times)

sabato 29 maggio 2010

Le cicale e le formiche

La cicala è pigra e canta per tutta l'estate, mentre la formica accumula scorte per l'inverno. Quando arriva il freddo, la cicala supplica la formica di darle del cibo. La formica rifiuta e la cicala muore di fame. Morale della storia?
Come una favola può essere utile per capire l'economia e quanto sta accadendo intorno a noi.
Da Il Sole 24 Ore

giovedì 27 maggio 2010

La vera ricchezza degli italiani: una conferenza a Cagliari, 31 maggio


Lunedi 31 maggio 2010 alle ore 16,00 presso l'Aula Magna della Facoltà di Giurisprudenza, in via Nicolodi (parte alta di Via S.Ignazio) a Cagliari,
il Prof. Andrea Ichino, docente di econometria avanzata e di economia delle risorse umane presso l'Università di Bologna, presenta il suo libro:
L’Italia fatta in casa: indagine sulla vera ricchezza degli italiani

In Italia l’entità della produzione familiare, non rilevata dalle statistiche ufficiali, è superiore rispetto a quella di altre nazioni. Quali i benefici e quali i costi di questo stile di vita tutto italiano? Prendendo spunto dall’uscita del libro di Alberto Alesina e Andrea Ichino l’ Italia fatta in casa: Indagine sulla vera ricchezza degli italiani(Mondadori, 2009), il CRENoS (Centro Ricerche Economiche Nord-Sud) promuove un dibattito con uno degli autori, Andrea Ichino. Il libro spiega con estrema chiarezza come alcuni grandi problemi del nostro Paese quali l’assenza di meritocrazia, la scarsa mobilità sociale e le diseguaglianze di genere siano strettamente collegati alla struttura familiare del nostro paese.



Intervengono insieme all'autore:
Franco Manca, Assessore Regionale al Lavoro
Luisa Marilotti, Consigliera Regionale di Parità
Adriana Di Liberto, Ricercatore di Economia Politica, Università di Cagliari e CRENoS
Coordina i lavori: Fabiano Schivardi – Università di Cagliari e CRENoS

martedì 25 maggio 2010

Disapprendimento estivo

Irene Tignali dalle pagine de La Stampa interviene sulla proposta del Senatore Pdl Giorgio Rosario Costa di ritardare al 30 settembre le aperture scolastiche per favorire il turismo.

E anche lei ritiene che questa proposta "rischi di ridurre drammaticamente la nostra capacità competitiva, ma anche di aumentare i divari sociali e ridurre la mobilità sociale del nostro Paese".
Nel suo bell' articolo, la Tignali cita gli studi del Prof. Harris Cooper della Duke University che dimostrano come "la performance dei ragazzi in matematica e scienze crolli drasticamente dopo la pausa estiva".

La conclusione non lascia spazio equivoci: "Per favore, non disinvestiamo nei nostri ragazzi e nel nostro futuro"

lunedì 24 maggio 2010

A scuola più tardi, aiutiamo il turismo

In un nostro precedente Post (Scuola: la fabbrica dello studio?) evidenziavamo come uno dei principali problemi della scuola nei Paesi occidentali è rappresentato dalla minore durata delle settimane e dell'anno scolastico (in media uno studente cinese passa 41 giorni all'anno in più a scuola di uno studente americano, il che si traduce nel 30% di ore in più di istruzione).
Passare meno ore alla settimana sui banchi scolastici ha effetti negativi sulle performance degli studenti.
Nonostante questa semplice evidenza, in Senato viene presentata la proposta, condivisa dal Ministro, di riaprire le scuole il 30 settembre.
La motivazione? Per dare una mano all'industria turistica.
La Lega è contraria. Perche? "La direttiva europea prevede 200 giorni di scuola e va rispettata. Se togliamo i giorni di scuola del mese di settembre si rischia di non rispettare questo minimo. Inoltre, estendere questa proposta a tutto il territorio nazionale significa mettere in difficoltà le famiglie e i lavoratori dipendenti perchè questi, alla fine di agosto, la maggior parte iniziano il lavoro. E dove mettono i bambini?"
Anche PD e IDV, come la Lega, sono contrari.
I Democratici sottolineano che "un posticipo dell'inizio delle lezioni metterebbe in pericolo la regolarità stessa dell'anno di studi, per violazione delle competenze delle Regioni e delle direttive UE".
I Sindacati sono divisi, ma salta fuori la proposta di dedicare settembre alle "attività parallele (attività di integrazione di bambini stranieri, corsi di recupero per studenti con lacune, accoglienza e orientamento alle prime classi superiori)".

Nessuno che si opponga al rinvio per l'unico vero motivo: perchè i nostri studenti diventerebbero sempre più ignoranti. Come coloro che fanno e sostengono queste proposte.

mercoledì 19 maggio 2010

DATI, DATI, ANCORA DATI SU CHI DA' E CHI RICEVE TRA LE REGIONI

Un ulteriore articolo con un sacco di grafici e di numeri che confermano il quadro: chi vive nel sud riceve molto dai contribuenti del nord. Ecco di nuovo la base materiale del movimento di Bossi.

Senza questi numeri non si capisce nulla della politica italiana di oggi. Sono più importanti del rumoroso siparietto che si svolge ogni giorno intorno a Berlusconi

Occhio ai numeri, dunque. Li trovate cliccando qui: NoiseFromAmerika.

martedì 18 maggio 2010

Federalismo fiscale: cosa sia e quanto sia niun lo sa

Massimo Bordignon da lavoce.info interviene ancora una volta sul federalismo fiscale con un articolo dal titolo "Attuare il federalismo: non ha prezzo" e riprende il discorso dei "costi" sottolineando come se ne parli molto, ma che di fatto "cosa siano e quanto siano, niun lo sa".
Detto tra noi è questo uno dei paradossi di questa riforma: non esiste uno straccio di documento ufficiale elaborato dal Governo o dal Parlamento che fornisca una valutazione d'impatto del federalismo fiscale così come è stato programmato.
Siamo molto lontani per esempio dagli Stati Uniti dove, pochi giorni dopo la presentazione da parte del Presidente Obama del Recovery and Reinvestment Act, il Government Accountability Office ha presentato uno studio sull'efficacia delle misure proposte e avviato un monitoraggio della spesa, aprendo una finestra specifica sul sito del GOA dal titolo simbolico "Following the money", dove è possibile scaricare tabelle, rapporti e analisi sull'uso dei fondi, sull'occupazione creata e persino sulle frodi.
In Italia ferve invece un dibattito fatto di molte chiacchiere, come rileva lo stesso Bordignon, nel quale ci si accapiglia "sull'inesistente, invece di concentrarsi su problemi seri". Accade così che, in assenza di numeri, analisi e rapporti, si possa affermare che il federalismo non è un problema di soldi anche perchè "con il federalismo si risparmia". Intanto nessuno può smentire.
Nel frattempo, si registrano i punti di vista di Massimo Giannini (citato da Bordignon), e di Eugenio Scalfari (Il dramma del federalismo in Italia e in Europa).
Insomma, i pareri fioccano e non sono tutti concordi....

mercoledì 12 maggio 2010

CRISI E RIFORME: IL FEDERALISMO ALLA GRECA

La crisi greca in questi giorni crea ansia in chiunque non viva sulle nuvole, ma ha anche molte cose utili da insegnarci su come tenere insieme nazioni e regioni.

La creazione dell'euro è basata su una scommessa rischiosa: impone la stessa politica monetaria a Paesi tra loro molto diversi e li obbliga a rispettare alcune regole di "disciplina fiscale". Secondo il trattato di Maastricht, gli stati membri non devono superare un certo livello di deficit nei loro bilanci annuali e si devono impegnare a tenere il debito complessivo entro limiti regionevoli. Per il resto, piena libertà. Se il governo greco ritiene di mandare in pensione i propri cittadinie a 55 anni, faccia pure; se il 30% della sua economia è in nero, affari loro; e se in alcune regioni greche gli insegnanti sono in numero del tutto sproporzionato rispetto agli alunni, ancora fatti loro. L'unico vincolo alle politiche nazionali è che non abbiano conseguenze negative per gli altri stati membri...

L'articolo continua qui


sabato 8 maggio 2010

LA RAGNATELA DEL DEBITO EUROPEO


Il New York Times ha ricostruito la ragnatela dell'indebitamento di Italia, Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna, evidenziando come i Governi e le banche di queste cinque "traballanti" economie siano strettamente intrecciate e posseggano anche larghe parti dell'indebitamento di Francia, Germania e Gran Bretagna.
In queste ore nell'Eurogruppo straordinario dei 16 capi di Stato e di Governo della zona Euro si deciderà (tardivamente) di intervenire.
Tra le proposte quella di far acquistare alla BCE titoli di Stato dei Paesi in difficoltà.
Stante l'intreccio "mortale", la "soluzione del debito della Grecia non può consistere nella trasformazione del medesimo in debito degli altri Paesi europei, o di chiunque altro" (Michele Boldrin, Crisi Finanziaria 2.1, NoisefromAmeriKa.org) e, soprattutto, sarebbe meglio "Lasciare stare la BCE" evitando di ricorrere ad essa per "monetizzare" come proposto da Paul Krugman in un recente articolo pubblicato anche da Il Sole 24 Ore.

giovedì 6 maggio 2010

The Economist: ridisegnare la mappa dell'Europa


The Economist ha provato a ridisegnare la mappa dell'Europa tenendo conto delle similitudini tra Paesi, ecco quello che scrive dell'Italia: "They could join northern Italy in a new regional alliance (ideally it would run by a Doge, from Venice). The rest of Italy, from Rome downwards, would separate and join with Sicily to form a new country, officially called the Kingdom of Two Sicilies (but nicknamed Bordello). It could form a currency union with Greece, but nobody else"


martedì 4 maggio 2010

Come un paese con il 120% di rapporto Debito/PIL spende i soldi pubblici

La Regione Sardegna finanzia il portale CONOSCERE (scuole e università della Sardegna in rete), dove troviamo informazioni essenziali sul mondo della scuola quali il calendario scolastico 2008-09 per la scuola media:
http://www.conoscere.it/medie/.
Ma quanto ci costa?

mercoledì 28 aprile 2010

Tragedie (non solo) greche

Standard & Poor's ha abbassato anche il rating della Spagna (da AA+ a AA), dopo averlo fatto ieri per Grecia e Portogallo.

A soffiare non è solo il vento della tragedia greca ma anche quello dell'incapacità dell'Europa di affrontare questa crisi.

Nella figura il quadro dei rating dei principali paesi europei.

Qui l'editoriale del El Pais.

sabato 24 aprile 2010

Calderoli e Sartori dal Corriere della Sera 24 aprile:

Sempre sul federalismo, dal corriere della sera del 24 aprile botta e risposta tra Calderoli e Sartori. Sempre più illuminante:

Trasferire le funzioni non basta È il momento del federalismo fiscale
L'intervento del ministro Calderoli
Caro Direttore,
i recenti editoriali di «nonno» Sartori sul federalismo partono da un presupposto sbagliato perché confonde federalismo e federalismo fiscale; non cogliendo minimamente quella che è la situazione. Sartori pone questa domanda: «nuove sedi, nuovo personale, nuovi stipendi. Questa cosiddetta devolution quanto verrà a costare? Nessuno lo sa, nemmeno all’incirca». Se la domanda è radicalmente sbagliata non merita risposta. Ma siccome insiste spieghiamo.L’Italia ormai da dieci anni è vittima di un’anomalia strutturale: il cantiere federalista è stato avviato solo a metà, trasferendo funzioni e competenze ma rimanendo invece fermo sul fronte del finanziamento, affossato in un modello di «finanza derivata». Anche nella Spagna degli Anni 80, all’indomani della nuova Costituzione con la quale furono assegnati maggiori poteri alle Comunità Autonome, mancava la responsabilità impositiva; questa dissociazione tra spending power e imposizione aveva fatto esplodere i conti pubblici.
Il rimedio— e il successo — del federalismo spagnolo è stato il federalismo fiscale, poi avviato con decisione. Nell’Italia di oggi la spesa pubblica (escluse pensioni e interessi) si divide ormai a metà tra Stato e sistema delle autonomie, ma per queste ultime il potere impositivo è limitato a poco più del 10%. Si è così realizzata una forte dissociazione della responsabilità impositiva da quella di spesa. A pagare per questa situazione sono stati tutti gli italiani. Un sistema di finanza derivata finisce per premiare chi ha creato più disavanzi, favorisce una politica dell’inefficienza, mentre chi ha speso meno— perché è stato più efficiente — deve continuare a spendere e ricevere di meno. Inoltre, ha diffuso il costume dello «scaricabarile» delle responsabilità: il sindaco scarica sulla Regione le responsabilità delle sue inefficienze, la Regione accusa lo Stato di non avergli dato i soldi con una evidente confusione di responsabilità.
Senza rovesciare questa dinamica e senza reali incentivi all’efficienza non si potranno creare sufficienti motivazioni per una razionalizzazione della spesa pubblica. Il federalismo fiscale è quindi il rimedio. È stato ampiamente condiviso dalle forze politiche, anche di opposizione e dalle autonomie territoriali (tutti ignoranti e irresponsabili, secondo Sartori?). La legge si fonda su due principali coordinate: la prima è quella del passaggio dalla spesa storica al costo standard e opera sul lato della spesa: si passerà dal finanziamento dei servizi in base a quanto si è speso in passato ad un finanziamento del solo costo standard. Il finanziamento in base al costo standard porta per definizione a un risparmio e a una razionalizzazione della spesa pubblica: se un servizio ha un costo effettivo di 10 euro —e fino ad oggi è stato finanziato per 15 — di sicuro risparmieremo 5 euro e in più, garantendo il finanziamento integrale, assicureremo l’esercizio dei diritti garantiti dalla Costituzione su tutto il territorio nazionale, cosa che oggi non avviene. Le maggiori risorse che si renderanno disponibili andranno a ridurre il debito pubblico, la pressione fiscale o a migliorare la qualità dei servizi.
La seconda coordinata sarà l’attribuzione agli enti territoriali di un’autonomia impositiva sufficiente: gli enti disporranno di proprie entrate autonome e saranno obbligati ad essere gli attori principali della lotta all’evasione, grazie alla conoscenza che hanno del territorio. In più, i cittadini avranno a disposizione la «tracciabilità» dei tributi: sapranno non solo quanto e a chi versare, ma anche come saranno utilizzate le loro risorse. Dunque, al momento del voto saranno loro, finalmente consapevoli, in grado di premiare o sanzionare gli amministratori. Ma non solo responsabilità politica ma anche controlli e sanzioni. Gli amministratori che non rispetteranno le regole non potranno assumere personale, si vedranno bloccate le spese discrezionali, dovranno insomma ridurre le spese (perché altrimenti dovranno richiedere risorse aggiuntive ai propri amministrati). Chi causa dissesto non solo andrà a casa, ma non sarà rieleggibile ad alcuna carica. Ecco che cosa intendiamo per fallimento politico, ovvero responsabilizzazione con le buone o con le cattive. Il federalismo fiscale, da solo, però non basta per ridurre i centri di spesa. Una parte di tale riduzione l’abbiamo realizzata con il decreto legge sugli enti locali e il suo completamento si realizzerà con il Codice delle autonomie, all’esame del Parlamento, e con la prossima revisione costituzionale, necessari per definire compiutamente «chi fa che cosa» e garantire che quella cosa sia fatta da un solo soggetto.Certo è una strada in salita di cui però abbiamo percorso già un bel pezzo. Abbiamo cuore e polmoni per raggiungere la vetta. Infine, chi di Shakespeare ferisce, di Shakespeare perisce: «Il saggio sa di essere stupido, è lo stupido invece che crede di essere saggio». ministro per la Semplificazione normativa
Roberto Calderoli


IL DIBATTITO
Ma resta il nodo dei controlli
La replica a Calderoli
Tira e molla, il «bambino » ministro Calderoli risponde al «nonno» (sarei io) in modo serio e civile. Grazie. La forza di essere nonni, e cioè di avere già molto visto e vissuto, è che io ho insegnato per quasi quarant’anni negli Stati Uniti, dal che consegue che del federalismo Usa so parecchio. Ho anche fatto continue visite e anche consulenze in Sudamerica, e cioè dove il federalismo funziona poco e di solito male. Non sto a chiosare il testo di Calderoli, tanto più che lui si sa spiegare bene. E so benissimo che l’impianto «quadro» del nostro federalismo fu una improvvisata (e improvvida) pensata (per vincere le elezioni) della sinistra. A suo tempo ne scrissi, come scrissi sui costi (tra i quali i costi di riconversione) che si ipotizzarono allora per poi essere abbandonati. Qui mi vorrei soffermare su un solo punto: quello dei controlli, su chi controllerà chi, e con quali strumenti di sanzione.
Calderoli sa come me e come tutti che il nostro Paese è in buona parte clientelare, variamente marcio, molto corrotto e eminentemente corruttibile. Pertanto la normativa che il ministro cita sarà facilmente derogata, rinviata, modificata o anche cancellata. Se il Nostro la prende sul serio è forse perché non è abbastanza nonno, perché soffre di inesperienza giovanile. Secondo lui la lotta all’evasione (di ogni sorta e tipo) si fonderà proprio sulla «conoscenza che gli eletti hanno del territorio ». Ahimè no. Così mi raccontava mia nonna, ma da allora è un’arma spuntata che funziona solo nei piccoli comuni di poche migliaia di abitanti, dove tutti si conoscono e vedono con i loro occhi (non con gli occhiali della televisione di Minzolini e consimili) quel che succede.
Ma prendiamo la Lombardia, tanto per citare un esempio diciamo normale, che è da tempo saldamente in mano di Formigoni. Se io ne fossi il governatore mi studierei bene la geografia elettorale del territorio, individuerei bene le zone e le categorie elettorali da privilegiare per vincere sempre, e del resto, degli altri, mi curerei poco o nulla. Che il voto a livello regionale metta in grado gli amministrati, i cittadini, di «premiare e sanzionare gli amministratori » è sempre meno vero. Per carità, il voto ci vuole, guai se non ci fosse. Ma oggi e sempre più dovrebbe essere integrato da «autorità di controllo» davvero indipendenti, non bloccate da infiniti ricorsi, e munite di poteri di punizione, che davvero spaventano.
L’andazzo è invece (a cominciare da Palazzo Chigi) che sono i controllati che nominano i controllori che li dovrebbero controllare. Berlusconi non nasconde — anzi, lo proclama a chiarissime lettere — che cambierà anche il reclutamento della Corte costituzionale per impacchettarlo di amici suoi, di signor «sì». Tornando alle Regioni, sarebbe davvero carino se fossero i loro rispettivi presidenti a nominare chi dovrebbe controllare l’operato loro, delle loro giunte, e delle consorterie di contorno. Mi scuso con il ministro di sollevare soltanto un punto. Ma è un punto pregiudiziale. Se non viene risolto, tutto il resto sono chiacchiere e fanfaluche.
Giovanni Sartori

mercoledì 21 aprile 2010

Sartori sul federalismo fiscale 2: quattro domande senza risposta

Dopo il suo precedente articolo, Sartori torna, dalle pagine de Il Corriere della Sera, a parlare di federalismo fiscale e del "silenzio tombale" che ha accolto i suoi quattro quesiti "sine qua non, senza i quali nulla, senza i quali non si può":
  1. quanto costerà?
  2. quanto complicherà le decisioni?
  3. quanto spezzetterà le cose che non sono da spezzettare?
  4. chi punirà, e come, chi sgarra?

Solo per memoria, domande per certi versi simili se le era poste Massimo Bordignon più di un anno fa in un articolo dal titolo "Questo federalismo non ha i numeri" pubblicato su Lavoce.info

lunedì 19 aprile 2010

Il valore della parità



Un semplice grafico per evidenziare l'impatto della parità tra uomini e donne sulla crescita economica.




Il potenziale di crescita del PIL è stato calcolato stimando gli impatti positivi legati all'eliminazione dei gap di genere
.

giovedì 15 aprile 2010

Sartori sui rischi del federalismo fiscale

"Il federalismo fiscale andrà a spezzettare un paese già troppo spezzettato. Se ne dovrebbe quantomeno discutere a fondo, sul serio. Ma la tv è imbavagliata, e la partita sembra ormai aggiudicata...".
Questo è un estratto da un articolo di Sartori sul federalismo fiscale e sulla grave superficialità del dibattito politico sul tema. Si sta rischiano molto, e molti fanno finta che non sia così. Il resto lo leggete cliccando qui: Corriere della Sera.

lunedì 12 aprile 2010

Persecuting Italy's Investors

Stato di diritto non è un piatto per il quale la cucina italiana è famosa. Ahimè, i suoi ingredienti sono noti: la tutela dei diritti di proprietà e dei diritti di proprietà intellettuale, la libertà di contratto, l'uguaglianza davanti alla legge. Eppure, un paio di casi giudiziari recenti dimostrano che l'Italia è impaziente di mantenere la sua reputazione internazionale come un casino legale. Il risultato non aiuta l'economia italiana, che tra il 2003 e il 2007 ha visto, in media, gli investimenti diretti esteri vale solo 1,44% del PIL, contro 4,03% nel resto della zona euro.

domenica 11 aprile 2010

Scuola: la fabbrica dello studio?


"Longer school weeks and years can improve academic performance. Schoolchildren in China attend school 41 days a year more than most young Americans—and receive 30% more hours of instruction. Schools in Singapore operate 40 weeks a year. Saturday classes are the norm in Korea and other Asian countries—and Japanese authorities are having second thoughts about their 1998 decision to cease Saturday-morning instruction. This additional time spent learning is one big reason that youngsters from many Asian nations routinely out-score their American counterparts on international tests of science and math [...] The typical young American, upon turning 18, will have spent just 9% of his or her hours on this planet under the school roof (and that assumes full-day kindergarten and perfect attendance) versus 91% spent elsewhere. As for the rest of that time, the Kaiser Family Foundation recently reported that American youngsters now devote an astounding 7.5 hours per day to "using entertainment media" (including TV, Internet, cellphones and videogames). That translates to about 53 hours a week—versus 30 hours in school." [di Chester E. Finn Jr., Presidente Thomas Fordham Institute, The Case for Saturday School, The Wall Street Journal, 20 marzo 2010]

Federico Rampini, nella sua rubrica "1450 Broadway, NYC" su DLa Repubblica del 10 aprile 2010, riporta larghi stralci del succitato articolo nel suo intervento dal titolo "Le fabbriche dello studio, i cinesi e gli indiani sono più bravi degli americani. Una gara già vinta", nel quale cerca di trovare una spiegazione alla superiorità dei Paesi asiatici nei risultati di apprendimento, giungendo alla conclusione che essa dipenda non tanto dalle metodologie didattiche, programmi, contenuti e discipline quanto piuttosto dal tempo che i ragazzi trascorrono a scuola.
è evidente la differenza abissale esistente tra livelli di apprendimento in italiano, matematica e scienze di un giovane meridionale rispetto ad in giovane nel nord Italia.

Poche ore passate a scuola e vacanze troppo lunghe?

giovedì 8 aprile 2010

A manufacturing renaissance for America?

In un forum che si è svolto al Massachusetts Institute of Technology, gli esperti esaminano nuovi modi di perseguire una vecchia buona idea: fare cose.
Nella nuvola le parole chiave dell'articolo pubblicato su MIT News



sabato 3 aprile 2010

L'efficienza è la via del federalismo

[di Massimo Bordignon, tratto da Il Sole 24 Ore, 2 aprile 2010] Non c'è dubbio che il risultato elettorale, con la conquista da parte della Lega Nord della presidenza di Piemonte e Veneto e la forte crescita in termini di consensi dello stesso partito, rimetta al centro del dibattito politico il tema del federalismo fiscale. È vero, come non mancano di ricordarci i vari esponenti di governo, che la legge delega sul federalismo fiscale è in realtà già stata approvata nel maggio scorso, e che la stessa legge prevede tempi di attuazione lunghi e cadenzati. Ma i lavori nelle varie commissioni sono finora proseguiti a rilento e proposte concrete per l'attuazione dei generici principi della delega non ci sono state. La politica ha tenuto il fiato in attesa dei risultati delle consultazioni elettorali; con questi oramai acquisiti, il processo subirà ora inevitabilmente una rapida accelerazione.
Ma qual è il federalismo fiscale possibile e ancor più quello desiderabile? (continua)

venerdì 2 aprile 2010

Elezioni: Nord e Sud più divisi (e il Pd che farà?)

[Di Francesco Pigliaru, La Nuova Sardegna, 2 aprile 2010] Il voto di fine marzo rischia di avere conseguenze importanti per il futuro del nostro Paese. Non perché Berlusconi ha superato con successo le elezioni di "metà mandato", né perché la sua rumorosa anomalia ha assorbito gran parte dell'energia di cui dispone il Pd, disperdendola verso percorsi minoritari, da Di Pietro a Beppe Grillo. Ciò che conta è il successo della Lega, che raccoglie gli enormi dividendi di una proposta politica discutibile ma basata su una chiara visione strategica... (continua)

giovedì 1 aprile 2010

Dal PIL alla Felicità Interna Lorda per arrivare alla Stupidità Interna Lorda

A proposito della discussione (eterna) su PIL e sulla sua capacità di fotografare al meglio il grado di sviluppo, progresso, benessere, etc.. di un territorio, segnalo l'intervento di Atanu Dey, pubblicato sul suo Blog e tradotto sul sito de La Stampa, che mette a fuoco il concetto di "Felicità Interna Lorda". Vai all'articolo.

mercoledì 31 marzo 2010

Poveri evasori

(dal Sole 24 Ore) La metà degli italiani dichiara al Fisco di avere un reddito annuo non superiore a 15mila euro. Secondo il dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia, che ha reso pubblichele prime statistiche delle dichiarazioni Irpef presentate nel 2009 (relative al periodo d'imposta 2008), «circa la metà dei contribuenti dichiara non oltre 15mila euro annui e circa due terzi non più di 20mila euro». Circa l'1% dei dichiaranti, inoltre, supera i 100mila euro, pagando il 18% del totale dell'imposta. Il 52% del totale dell'imposta è pagato invece dal 13% dei contribuenti con redditi oltre i 35mila euro.

Il reddito medio dichiarato dai contribuenti italiani nel 2009 (relativo al 2008) è stato pari a 18.873 euro per un'imposta netta media di 4.700 euro. Su base regionale, la Lombardiaconferma il primato per il reddito complessivo medio (22.540 euro), mentre all'estremo opposto c'è la Calabria con 13.470 euro. In relazione all'imposta netta, invece, il valore medio maggiore è quello del Lazio (5.740 euro), il minore della Basilicata (3.370 euro).

Per quanto riguarda la distribuzione del reddito complessivo per classi, si nota che circa la metà dei contribuenti dichiara non oltre 15mila euro annui e circa due terzi non più di 20mila euro. All'estremo superiore della distribuzione si osserva, invece, che appena l'1% dei dichiaranti supera i 100mila euro, pagando il 18% del totale dell'imposta. Il 52% del totale dell'imposta é pagato dal 13% dei contribuenti con redditi oltre i 35mila euro.

Riguardo alla tipologia di reddito - spiegano dalle Finanze - il reddito medio da lavoro dipendente è pari a 19.640 euro (+1,9% rispetto all'anno precedente), quello da pensione a 13.940 euro (+3,7%), quello da partecipazione a 17.350 euro (-2,4%). I redditi d'impresa e dalavoro autonomo si attestano rispettivamente a 18.140 euro e a 38.890 euro; il confronto omogeneo con le dichiarazioni relative al periodo d'imposta 2007 evidenzia per i redditi d'impresa una diminuzione dello 0,5%, che riflette l'andamento negativo dell'economia, e per i redditi da lavoro autonomo un incremento del 2,6%.

La crisi economica iniziata nella seconda metà del 2008 mostra quindi i suoi effetti nei confronti delle attività d'impresa, mentre non si evidenzia ancora nei confronti dei lavoratori autonomi. Riguardo alla composizione del reddito dichiarato, la quota complessiva di redditi da lavoro dipendente e pensione, in crescita, ha raggiunto l'80,3% del totale. Seguono, per importanza, i redditi da partecipazione (5,0% del totale), d'impresa (4,2%) e da lavoro autonomo (4%).

martedì 30 marzo 2010

Pil & Fil

Sul perché il PIL come indicatore non soddisfa più ne aveva parlato Gianfranco Bottazzi in questo articolo di inSardegna.eu.

Il nuovo numero di Aspenia (la rivista dell’Aspen Institute Italia) si apre con l’editoriale Economia e Felicità di Marta Dassù e Giuliano Amato incentrato proprio su questo tema.

“Il dibattito sul PIL non è nuovo ma è come se lo fosse. Perché la crisi finanziaria ha spinto un po’ tutti a ripensare il problema del rapporto fra quantità e qualità della crescita. La crisi del 2008-2009 ci ha fatto constatare, infatti, l’assurdità a cui si può arrivare con misurazioni solo quantitative: per anni, i numeri della finanza hanno concorso a gonfiare la crescita economica, quando sotto gli occhi di tutti erano in atto in diversi paesi fenomeni di diffuso impoverimento.

E oggi le cose continuano un po’ nello stesso modo. L’economia riprende nei numeri ma non nelle percezioni della gente. Guardiamo agli Stati Uniti, per esempio: grande ripresa del PIL, nell’ultimo trimestre del 2009, ma grande rabbia di una classe media alle prese con la disoccupazione.

Questa sfasatura è esplosa dopo anni di attenzione perfino spasmodica al PIL: tutte le decisioni, le cure, erano rivolte a fare crescere il PIL, in una logica quantitativa. E tutto questo in una cornice, quella dell’Occidente industrializzato, che definivamo già “società del benessere”. Si preparava, insomma, una bella contraddizione…

…non ci conviene accantonare il PIL. Ma possiamo lavorare per integrare questo indice con molti altri. Così da evitare assurdità come quella per cui una catastrofe naturale – pensiamo al terremoto di Haiti – può facilmente comparire nel PIL come fattore accrescitivo perché stimola attività economiche che prima non c’erano.

C’è un’altra considerazione da fare a difesa del PIL: gli indici qualitativi possono diventare un alibi di comodo per i paesi che non riescono a produrre crescita. Dobbiamo stare attenti, insomma, a non cadere nella tentazione di immaginare che il godimento di una bella giornata di sole in riva a uno splendido mare sia di per sé un fattore di alta qualità della vita. O che il tempo libero – lo dico per estremizzare il punto – sia di per sé un’opzione migliore di un lavoro che a quel punto, di fronte a un magnifico panorama, “fortunatamente” non c’è.

Infine: non è chiaro come rendere gli indici qualitativi gestibili e utilizzabili sul piano pratico, non solo in chiave interpretativa, lo dicevamo prima, ma anche prescrittivi.

Dobbiamo insomma potere trarre dei benchmark che orientino realisticamente le politiche. Altrimenti, gli indici qualitativi potranno solo soddisfare una specie di gusto da voyeur dello sviluppo comparato, generando autocompiacimenti o frustrazioni ma comunque non contribuendo a generare politiche utili….

L’editoriale completo è qui: Economia e Felicità, Aspenia n. 48

lunedì 29 marzo 2010

Più soldi nei bilanci regionali? Un rischio

Il federalismo fiscale piace molto ai politici di ogni partito, anche nelle regioni che hanno i problemi più gravi e nelle quali sarebbe saggio esercitare maggiore prudenza nel valutare riforme di quel tipo.

Il federalismo fiscale è popolare perché la sua prima conseguenza è che i bilanci regionali, quelli che la politica locale potrà controllare direttamente, crescono molto e danno un sacco di opportunità in più alla coalizione che vincerà le elezioni per il governo del territorio.

Politici locali contenti, dunque, inevitabilmente. E la gente che in quei territori vive?

Una recente ricerca conferma i dubbi che in molti abbiamo da tempo. Dice questa ricerca, di eccellenti economisti italiani (e scusate per l’inglese, ma ormai google translate fa miracoli):

"Lagging regions or countries often receive additional funds from higher levels of government or from international organisations, to make up for their underdevelopment. But since a common cause of economic backwardness is precisely the poor functioning of government institutions, the risk that these additional resources could be counterproductive cannot be neglected. Our results, however, are not inconsistent with higher transfers to municipalities increasing the quantity and quality of public services provided to the local population. For example an exogenous increase in funds to local governments [may] raise educational outcomes. Nevertheless, our evidence suggests that these specific benefits are accompanied by a general deterioration in the functioning of local government institutions.”

L’articolo completo è qui: La maledizione dei soldi politici, di Brollo, Nannicini, Perotti e Tabellini.

venerdì 26 marzo 2010

Come uscire dal dualismo del mercato del lavoro

802.128. Sono i posti di lavoro distrutti dall’inizio della recessione (secondo trimestre del 2008) alla fine del 2009 fra i lavoratori italiani (le statistiche sugli immigrati risentono delle regolarizzazione e per questo sono meno attendibili). Secondo le rilevazioni dell’Istat sulle forze di lavoro ci sarebbero poi i 334mila lavoratori in cassa integrazione, molti dei quali a zero ore. Se si divide il numero totale di ore di cassa integrazione per il numero medio di ore lavorate da un occupato a tempo pieno, si può stimare il potenziale numero di lavoratori a tempo pieno in esubero in circa 650mila. Se al posto di ridurre le ore di lavoro beneficiando di contributi dello Stato e delle Regioni, i datori di lavoro licenziassero questi lavoratori, il tasso di disoccupazione dall’8,6 per cento certificato dall’Istat salirebbe all’11 per cento (si veda il grafico in apertura).

IL DUALISMO DEL MERCATO DEL LAVORO

Il governo continua a ripetere che il nostro mercato del lavoro ha reagito meglio che in altri paesi alla recessione. Vero che da noi la disoccupazione è cresciuta di meno (dal 6,1 all’8,6 per cento) che in altri paesi che pure hanno vissuto recessioni meno forti della nostra. Ma la disoccupazione in Italia è sempre stata meno sensibile al ciclo economico che altrove. Il suo andamento nel nostro paese sin qui è semmai lievemente superiore a quello che ci si sarebbe potuto attendere alla luce dell’esperienza passata. Più precisamente, è leggermente superiore alle previsioni che si ottengono a partire da stime della cosiddetta legge di Okun nei venti anni precedenti la recessione. Queste stime ci dicono anche che l’emorragia di posti di lavoro potrebbe continuare fino all’estate del 2010 (il ritardo fra l’inversione di tendenza nel prodotto e nella disoccupazione è di circa 2-3 trimestri). E non c’è bisogno di stime per capire che per riassorbire le persone in esubero ci vuole una crescita sostenuta anziché un’economia boccheggiante, che cresce a tasso zero.
Ciò che ha reso così pesante finora il conto è il crescente dualismo del nostro mercato del lavoro. Il numero di posti di lavoro con contratti a tempo indeterminato è addirittura leggermente cresciuto dall’inizio della recessione, mentre i posti di lavoro a tempo determinato sono diminuiti dell’11 per cento. Tra le maglie del parasubordinato le perdite sono state ancora più forti: -16 per cento i collaboratori coordinati a progetto, quasi uno su cinque ha perso il lavoro.
Nei prossimi mesi potremmo assistere paradossalmente a un incremento della quota di contratti temporanei in Italia e a una riduzione dei contratti a tempo indeterminato. Questo potrebbe avvenire perché nella grande incertezza che ci circonda, le imprese che assumono lo fanno solo con contratti temporanei. Inoltre, anche di proroga in proroga, la cassa integrazione non può continuare all’infinito. Quindi avremo anche lavoratori con contratti a tempo indeterminato che finiranno in disoccupazione.
Ci vuole una via d’uscita dal dualismo e dalla cassa integrazione in deroga. Da tempo abbiamo avanzato le nostre proposte. Adesso hanno anche la forma di un disegno di legge. Ve lo illustreremo in dettaglio nei prossimi giorni perché è una riforma nata su lavoce.info. Il governo non sembra però intenzionato a prenderla in considerazione. Ci basterebbe che avesse idee alternative alla nostra. Purtroppo, di queste proposte alternative sin qui non c'è traccia alcuna.

tratto da www.lavoce.info
di Tito Boeri

Sanità a Stelle e Strisce

Articolo di Matt Browne, ricercatore del Center for American Progress e collaboratore della Fundación IDEAS sulla riforma della sanità di Obama.