martedì 30 marzo 2010

Pil & Fil

Sul perché il PIL come indicatore non soddisfa più ne aveva parlato Gianfranco Bottazzi in questo articolo di inSardegna.eu.

Il nuovo numero di Aspenia (la rivista dell’Aspen Institute Italia) si apre con l’editoriale Economia e Felicità di Marta Dassù e Giuliano Amato incentrato proprio su questo tema.

“Il dibattito sul PIL non è nuovo ma è come se lo fosse. Perché la crisi finanziaria ha spinto un po’ tutti a ripensare il problema del rapporto fra quantità e qualità della crescita. La crisi del 2008-2009 ci ha fatto constatare, infatti, l’assurdità a cui si può arrivare con misurazioni solo quantitative: per anni, i numeri della finanza hanno concorso a gonfiare la crescita economica, quando sotto gli occhi di tutti erano in atto in diversi paesi fenomeni di diffuso impoverimento.

E oggi le cose continuano un po’ nello stesso modo. L’economia riprende nei numeri ma non nelle percezioni della gente. Guardiamo agli Stati Uniti, per esempio: grande ripresa del PIL, nell’ultimo trimestre del 2009, ma grande rabbia di una classe media alle prese con la disoccupazione.

Questa sfasatura è esplosa dopo anni di attenzione perfino spasmodica al PIL: tutte le decisioni, le cure, erano rivolte a fare crescere il PIL, in una logica quantitativa. E tutto questo in una cornice, quella dell’Occidente industrializzato, che definivamo già “società del benessere”. Si preparava, insomma, una bella contraddizione…

…non ci conviene accantonare il PIL. Ma possiamo lavorare per integrare questo indice con molti altri. Così da evitare assurdità come quella per cui una catastrofe naturale – pensiamo al terremoto di Haiti – può facilmente comparire nel PIL come fattore accrescitivo perché stimola attività economiche che prima non c’erano.

C’è un’altra considerazione da fare a difesa del PIL: gli indici qualitativi possono diventare un alibi di comodo per i paesi che non riescono a produrre crescita. Dobbiamo stare attenti, insomma, a non cadere nella tentazione di immaginare che il godimento di una bella giornata di sole in riva a uno splendido mare sia di per sé un fattore di alta qualità della vita. O che il tempo libero – lo dico per estremizzare il punto – sia di per sé un’opzione migliore di un lavoro che a quel punto, di fronte a un magnifico panorama, “fortunatamente” non c’è.

Infine: non è chiaro come rendere gli indici qualitativi gestibili e utilizzabili sul piano pratico, non solo in chiave interpretativa, lo dicevamo prima, ma anche prescrittivi.

Dobbiamo insomma potere trarre dei benchmark che orientino realisticamente le politiche. Altrimenti, gli indici qualitativi potranno solo soddisfare una specie di gusto da voyeur dello sviluppo comparato, generando autocompiacimenti o frustrazioni ma comunque non contribuendo a generare politiche utili….

L’editoriale completo è qui: Economia e Felicità, Aspenia n. 48

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