mercoledì 31 marzo 2010
Poveri evasori
Il reddito medio dichiarato dai contribuenti italiani nel 2009 (relativo al 2008) è stato pari a 18.873 euro per un'imposta netta media di 4.700 euro. Su base regionale, la Lombardiaconferma il primato per il reddito complessivo medio (22.540 euro), mentre all'estremo opposto c'è la Calabria con 13.470 euro. In relazione all'imposta netta, invece, il valore medio maggiore è quello del Lazio (5.740 euro), il minore della Basilicata (3.370 euro).
Per quanto riguarda la distribuzione del reddito complessivo per classi, si nota che circa la metà dei contribuenti dichiara non oltre 15mila euro annui e circa due terzi non più di 20mila euro. All'estremo superiore della distribuzione si osserva, invece, che appena l'1% dei dichiaranti supera i 100mila euro, pagando il 18% del totale dell'imposta. Il 52% del totale dell'imposta é pagato dal 13% dei contribuenti con redditi oltre i 35mila euro.
Riguardo alla tipologia di reddito - spiegano dalle Finanze - il reddito medio da lavoro dipendente è pari a 19.640 euro (+1,9% rispetto all'anno precedente), quello da pensione a 13.940 euro (+3,7%), quello da partecipazione a 17.350 euro (-2,4%). I redditi d'impresa e dalavoro autonomo si attestano rispettivamente a 18.140 euro e a 38.890 euro; il confronto omogeneo con le dichiarazioni relative al periodo d'imposta 2007 evidenzia per i redditi d'impresa una diminuzione dello 0,5%, che riflette l'andamento negativo dell'economia, e per i redditi da lavoro autonomo un incremento del 2,6%.
La crisi economica iniziata nella seconda metà del 2008 mostra quindi i suoi effetti nei confronti delle attività d'impresa, mentre non si evidenzia ancora nei confronti dei lavoratori autonomi. Riguardo alla composizione del reddito dichiarato, la quota complessiva di redditi da lavoro dipendente e pensione, in crescita, ha raggiunto l'80,3% del totale. Seguono, per importanza, i redditi da partecipazione (5,0% del totale), d'impresa (4,2%) e da lavoro autonomo (4%).
martedì 30 marzo 2010
Pil & Fil
Il nuovo numero di Aspenia (la rivista dell’Aspen Institute Italia) si apre con l’editoriale Economia e Felicità di Marta Dassù e Giuliano Amato incentrato proprio su questo tema.
“Il dibattito sul PIL non è nuovo ma è come se lo fosse. Perché la crisi finanziaria ha spinto un po’ tutti a ripensare il problema del rapporto fra quantità e qualità della crescita. La crisi del 2008-2009 ci ha fatto constatare, infatti, l’assurdità a cui si può arrivare con misurazioni solo quantitative: per anni, i numeri della finanza hanno concorso a gonfiare la crescita economica, quando sotto gli occhi di tutti erano in atto in diversi paesi fenomeni di diffuso impoverimento.
E oggi le cose continuano un po’ nello stesso modo. L’economia riprende nei numeri ma non nelle percezioni della gente. Guardiamo agli Stati Uniti, per esempio: grande ripresa del PIL, nell’ultimo trimestre del 2009, ma grande rabbia di una classe media alle prese con la disoccupazione.
Questa sfasatura è esplosa dopo anni di attenzione perfino spasmodica al PIL: tutte le decisioni, le cure, erano rivolte a fare crescere il PIL, in una logica quantitativa. E tutto questo in una cornice, quella dell’Occidente industrializzato, che definivamo già “società del benessere”. Si preparava, insomma, una bella contraddizione…
…non ci conviene accantonare il PIL. Ma possiamo lavorare per integrare questo indice con molti altri. Così da evitare assurdità come quella per cui una catastrofe naturale – pensiamo al terremoto di Haiti – può facilmente comparire nel PIL come fattore accrescitivo perché stimola attività economiche che prima non c’erano.
C’è un’altra considerazione da fare a difesa del PIL: gli indici qualitativi possono diventare un alibi di comodo per i paesi che non riescono a produrre crescita. Dobbiamo stare attenti, insomma, a non cadere nella tentazione di immaginare che il godimento di una bella giornata di sole in riva a uno splendido mare sia di per sé un fattore di alta qualità della vita. O che il tempo libero – lo dico per estremizzare il punto – sia di per sé un’opzione migliore di un lavoro che a quel punto, di fronte a un magnifico panorama, “fortunatamente” non c’è.
Infine: non è chiaro come rendere gli indici qualitativi gestibili e utilizzabili sul piano pratico, non solo in chiave interpretativa, lo dicevamo prima, ma anche prescrittivi.
Dobbiamo insomma potere trarre dei benchmark che orientino realisticamente le politiche. Altrimenti, gli indici qualitativi potranno solo soddisfare una specie di gusto da voyeur dello sviluppo comparato, generando autocompiacimenti o frustrazioni ma comunque non contribuendo a generare politiche utili….
L’editoriale completo è qui: Economia e Felicità, Aspenia n. 48
lunedì 29 marzo 2010
Più soldi nei bilanci regionali? Un rischio
Il federalismo fiscale piace molto ai politici di ogni partito, anche nelle regioni che hanno i problemi più gravi e nelle quali sarebbe saggio esercitare maggiore prudenza nel valutare riforme di quel tipo.
Il federalismo fiscale è popolare perché la sua prima conseguenza è che i bilanci regionali, quelli che la politica locale potrà controllare direttamente, crescono molto e danno un sacco di opportunità in più alla coalizione che vincerà le elezioni per il governo del territorio.
Politici locali contenti, dunque, inevitabilmente. E la gente che in quei territori vive?
Una recente ricerca conferma i dubbi che in molti abbiamo da tempo. Dice questa ricerca, di eccellenti economisti italiani (e scusate per l’inglese, ma ormai google translate fa miracoli):
"Lagging regions or countries often receive additional funds from higher levels of government or from international organisations, to make up for their underdevelopment. But since a common cause of economic backwardness is precisely the poor functioning of government institutions, the risk that these additional resources could be counterproductive cannot be neglected. Our results, however, are not inconsistent with higher transfers to municipalities increasing the quantity and quality of public services provided to the local population. For example an exogenous increase in funds to local governments [may] raise educational outcomes. Nevertheless, our evidence suggests that these specific benefits are accompanied by a general deterioration in the functioning of local government institutions.”
L’articolo completo è qui: La maledizione dei soldi politici, di Brollo, Nannicini, Perotti e Tabellini.
venerdì 26 marzo 2010
Come uscire dal dualismo del mercato del lavoro

IL DUALISMO DEL MERCATO DEL LAVORO
Il governo continua a ripetere che il nostro mercato del lavoro ha reagito meglio che in altri paesi alla recessione. Vero che da noi la disoccupazione è cresciuta di meno (dal 6,1 all’8,6 per cento) che in altri paesi che pure hanno vissuto recessioni meno forti della nostra. Ma la disoccupazione in Italia è sempre stata meno sensibile al ciclo economico che altrove. Il suo andamento nel nostro paese sin qui è semmai lievemente superiore a quello che ci si sarebbe potuto attendere alla luce dell’esperienza passata. Più precisamente, è leggermente superiore alle previsioni che si ottengono a partire da stime della cosiddetta legge di Okun nei venti anni precedenti la recessione. Queste stime ci dicono anche che l’emorragia di posti di lavoro potrebbe continuare fino all’estate del 2010 (il ritardo fra l’inversione di tendenza nel prodotto e nella disoccupazione è di circa 2-3 trimestri). E non c’è bisogno di stime per capire che per riassorbire le persone in esubero ci vuole una crescita sostenuta anziché un’economia boccheggiante, che cresce a tasso zero.
Ciò che ha reso così pesante finora il conto è il crescente dualismo del nostro mercato del lavoro. Il numero di posti di lavoro con contratti a tempo indeterminato è addirittura leggermente cresciuto dall’inizio della recessione, mentre i posti di lavoro a tempo determinato sono diminuiti dell’11 per cento. Tra le maglie del parasubordinato le perdite sono state ancora più forti: -16 per cento i collaboratori coordinati a progetto, quasi uno su cinque ha perso il lavoro.
Nei prossimi mesi potremmo assistere paradossalmente a un incremento della quota di contratti temporanei in Italia e a una riduzione dei contratti a tempo indeterminato. Questo potrebbe avvenire perché nella grande incertezza che ci circonda, le imprese che assumono lo fanno solo con contratti temporanei. Inoltre, anche di proroga in proroga, la cassa integrazione non può continuare all’infinito. Quindi avremo anche lavoratori con contratti a tempo indeterminato che finiranno in disoccupazione.
Ci vuole una via d’uscita dal dualismo e dalla cassa integrazione in deroga. Da tempo abbiamo avanzato le nostre proposte. Adesso hanno anche la forma di un disegno di legge. Ve lo illustreremo in dettaglio nei prossimi giorni perché è una riforma nata su lavoce.info. Il governo non sembra però intenzionato a prenderla in considerazione. Ci basterebbe che avesse idee alternative alla nostra. Purtroppo, di queste proposte alternative sin qui non c'è traccia alcuna.